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Diretto da Luca Guadagnino, Call me By your Name è un film che ha affascinato il 90 % del pubblico mondiale, rendendo il regista (che si era già fatto strada con le precedenti pellicole Melissa P., Io Sono L’Amore e A Bigger Splash) di fama internazionale.

Candidato agli Oscar 2018 come Miglior Film e ispirato all’omonimo libro di Andrè Aicman , la pellicola tratta la storia di un amore negli anni ’80 fra due uomini, Elio 17 anni (Timothèe Chalamet) e Oliver 24 (Armie Hammer). I due si conoscono in seguito alla decisione dei genitori di Elio di ospitare uno studente americano durante l’estate del 1983 a Cremona. Diviene subito attrazione allo stato puro e amore intenso.

Ci troviamo davanti a un grande successo sì, 4 candidature agli Oscar, 3 per il Golden Globe, 4 per il British Academy Film Awards e chi più ne ha più ne metta.

Per carità, non metto in dubbio che dietro questo lungometraggio ci sia una storia che deve essere raccontata, un amore magico e reale, ma ahimè questa volta non la penso come i grandi critici cinematografici italiani e tutto il loro seguito.

Ho trovato questa pellicola abbastanza noiosa, squallida in più punti e ricca di scene che potevano essere evitate per permettere al lettore facilità nella visione.

Ci si perde facilmente nella storia poiché le tempistiche troppo lunghe delle scene e della disconnessione tra l’una e l’altra, disorienta non poco. Personalmente mi ritengo un amante dei “tempi lunghi” poiché ritengo che facciano godere di più attimo per attimo, insieme al protagonista, lo scorrere della storia. In questo caso invece questa tecnica viene portata all’estremo, come se non ci fossero alternative.

Lo squallore che ho percepito è dovuto soprattutto alle scene di pre-sesso (omossessuale ed eterosessuale), costruite in modo che si sentisse la perversione dei pensieri dei personaggi che hanno bisogno di mettere in atto ciò che gli vien loro in mente, l’odore della polvere in soffitta e quella pesca violata che fa passare tutta la voglia di continuare a guardare il film.

Per carità, si intuisce, si sente quell’amore proibito che cresce e si evolve fra le mura di quella casa estiva e fredda ma, a causa delle lunghe tempistiche e del montaggio che non ci aiuta a collegare adeguatamente ogni fatto, non riusciamo a percepire esattamente l’intensità e veridicità del sentimento protagonista.

Nonostante tutto, due cose ho apprezzato e ritenute degne di nota.

L’interpretazione di Timothèe Chalamet (che recita anche in Lady Bird, altro film candidato agli Academy di quest’anno) è semplicemente perfetta per il suo personaggio: ne si può palpare l’evoluzione, la passione, la sofferenza e l’ingenuità di un adolescente alle prime armi nel mondo dell’amore, come Elio.

La canzone, candidata agli Oscar come Miglior Colonna Sonora, è Mystery Of Love dei Sufjan Stevens. Una poesia per le orecchie di chi la ascolta, dolce, malinconica ma che fa sognare. Ricorda l’amore, la mancanza di esso e in contemporanea la voglia di crederci ancora. Ha un sapore folk accompagnata da un coro che ricorda degli angeli in volo strappando forse una lacrima ai più deboli di cuore.

Lo consiglio a chi è allergico alle pesche, a chi non ha mai visto la campagna di Cremona d’estate negli anni ’80, a chi ama lo stile alla The Dreamers  e Ultimo tango a Parigi ma soprattutto lo consiglio in lingua originale perché quel non so che di poliglottismo cinematografico è sempre ben accetto.

 

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