Per me l’infanzia è Sant’Elia. Quel mondo parallelo e differente da quello di un cagliaritano medio. Il suo aspetto, i suoi segreti. Immaginatevi una serie di alti palazzi che fanno da barriera a un’ampia distesa di Mediterraneo. Sotto i palazzi c’è la mafia, il reggaeton a tutto volume alle tre del mattino, pizzerie e panetterie abusive e nelle strade, le macchine che sfrecciano. Se salite uno di quei palazzi potrete scorgere dall’alto, lunghe e interminabili file sotto le colonne di appartamenti, come poco prima di un concerto degli Stones. Io vedevo quelle del palazzo di fronte a quello di nonna quando accompagnavo zia a fumare in balcone. Eravamo al settimo piano ma riuscivo a distinguere chiaramente i visi dell’attesa e quelli soddisfatti di chi sbucava da sotto e andava via col suo malloppo felice. E poi come ogni sera, si iniziavano ad udire in lontananza le squillanti sirene della polizia e, come neanche i più esperti alla David Copperfield, quelle file svanivano nel nulla. Ma ciò che adoravo di più contemplare era il mare poco distante, le navi che mi salutavano pronte a prendere il largo, i gabbiani che sfrecciavano tra le case e il Lazzaretto affacciato sugli scogli. Ogni settimana attendevo il sabato dopo scuola quando mamma mi preparava la borsa per andare a Sant’Elia da nonna, nonno e gli zii. Usava quella morbida, trapuntata bianca con le stampe di fiori rosa che le avevano regalato quando io ero ancora nella sua pancia. Quella borsa mi ha accompagnata dal pediatra, al Poetto d’estate, all’asilo e tuttora la conservo nel vano sotto il letto dove metto tutti i miei segreti. Ci sono nata e cresciuta in quella borsa e me la portavo dietro quando andavo a dormire dai nonni durante il fine settimana o quando i miei genitori partivano perché papà doveva andare in viaggio d’affari e si portava mamma dietro, per farle vedere il mondo. New York, Miami, Tars And Caicos, Jamaica. A Lei piaceva tanto perché così poteva mettersi i vestiti d’alta moda che aveva comprato da Donne in via Alghero o da Castangia in via Manno. E allora, come una modella, sfilava Versace, Laura Biagiotti e Armani davanti allo specchio da terra dell’atelier, immaginando quando li avrebbe indossati in ristorante o a qualche festa. Lo sentivo il distacco da loro, sempre più arduo e faticoso nonostante la mamma mi preparasse al momento della loro partenza stilandomi una lista di ottime motivazioni che mi avrebbero dovuta spronare a vivere quei giorni come una ragione per dormire con le zie, guardare la TV a letto e leggere tanto. Così preparavamo la borsa trapuntata, mi accompagnavano da nonna e io non volevo lasciare i polsi bianchi di mamma all’uscio della porta, finendo così a piangere a dirotto. Allora nonna mi prendeva in braccio e mi faceva vedere tutte le leccornie che mi aveva preparato per cena, dicendomi che dopo avremmo visto la TV insieme alle zie in camera come nei pigiami party. La massima trasgressione del dopo cena era il Maurizio Costanzo Show con zia. La tenevo per mano mentre mi si chiudevano gli occhi, rimanendo beatamente adagiata sul letto a cassetto. La domenica mattina mi svegliavo quando volevo e nonna mi faceva trovare la marmellata, le fette biscottate e il tè bollente sul tavolo mentre la piena e calda luce del sole mattutino filtrava dalle finestre aperte, facendo entrare l’odore del mare e il suono delle navi che lasciavano Cagliari. Ancora in pigiama mi sedevo sul divano, davanti a nonno e abbracciati guardavamo Stanlio e Ollio. Quella per me era domenica, la mia preferita. E lo è stata sino al liceo: col profumo di pesce arrosto cucinato da nonno in balcone, i cruciverba con le prozie e la passeggiata pomeridiana insieme a loro e nonna. Si camminava talmente tanto che, senza accorgercene, andavamo sempre a finire vicino alle barche dei pescatori del Lazzaretto. Seduta su una panchina chiudevo gli occhi facendomi accarezzare dal sole e pensando a quanto ero fortunata ad essere lì in quel momento unico e rilassante insieme all’amore di donne forti e con la pelle dura dal sale del mare. Hanno vissuto la guerra le mie donne. Affascinata da questo pensiero le ricoprivo di domande su ciò che avevano vissuto, la loro vita, gli amori, la guerra mentre facevamo il giro più lungo per tornare a casa. Passavamo vicino a una casetta isolata dai palazzi con il gallo, le galline e i conigli. Io mi volevo sempre avvicinare ma nonna non voleva, perché diceva che quelli non erano animali miei e il padrone sarebbe uscito a sgridarmi. Così tagliavamo da un campetto dietro casa e, raccogliendo i fiorellini gialli a forma di campanelle, nonna mi diceva che quando era piccola ne mordicchiava gli steli. Io però non potevo farlo mai perché quei fiori avevano odore della pipì dei gatti adottati dai palazzi. Dopo la merenda tornava mamma, la abbracciavo per infilarmi sotto il suo orecchio e annusarla. Chiudevo gli occhi, pace dei sensi. Se i miei non erano ancora tornati rimanevo lì per qualche giorno con i nonni che mi accompagnavano a scuola e a ginnastica artistica. Era una vita da vacanza quella perché loro mi guardavano con un occhio diverso da quello di tutto il resto del mondo. Sentivo l’amore profondo, intenso, incondizionato, senza aspettative, senza stress. Mi guardavano perché vivevano il momento, perché stare insieme era vacanza anche per loro. Era come stare in silenzio su una collina assolata vicino a un laghetto con il solo lieve suono dell’acqua. Col passare degli anni i viaggi di mamma e papà diminuivano ma l’impulso verso quelle domeniche non svaniva mai. Allora me la preparavo da sola la borsa trapuntata e dentro ci mettevo pure i libri di storia e il dizionario di greco che avevamo pagato un sacco e per questo l’avrei dovuto tenere per sempre. Mamma mi accompagnava in via Magellano, scendeva con me per salutare tutti e se ne andava dopo un’ora ma ne sentivo già la mancanza. Un cordone ombelicale indistruttibile io e mamma, nonostante le domeniche lì fossero una lieta consolazione. E via di nuovo con pigiama, cena di primi, secondi, contorni ricchi e nonna che mi versava due dita di vino “e non dire niente ai tuoi genitori”. Poi TV a letto con zia, senza mano presa perché ormai ero grande. Di mattina colazione prelibata, odore del mare e Stanlio e Ollio con nonno che mi massaggiava il collo perché mi faceva sempre male la cervicale. A seguire le prozie, cruciverba, pesce arrosto e passeggiata, diventata più malinconica delle primavere passate, colpa del liceo e di quel greco, peso dei miei giorni adolescenziali. Infiniti pensieri avevano preso il posto del momento rilassante che tanto agognavo e mi godevo da piccola. Guardavo il mare e pensavo alla scuola che non mi piaceva, agli insegnanti, alla solitudine che sentivo gravare sulla mia esistenza di figlia unica e le troppe letture che mi avevano racchiuso nel mio mondo, sostituendo la spensieratezza. Salutati il gallo, le galline e i conigli tornavamo a casa e io mi buttavo su dizionario, libri e versione da tradurre, puntualmente fatta male perché io per il greco proprio non ero fatta. Di sera, chiusa la borsa di trapunta, aspettavo mamma. Nell’attesa andavo in balcone, mi facevo attraversare dal profumo del mare che mi entrava dentro, sussurrandomi che a quel posto sarei sempre appartenuta. Con quella certezza ammiravo le luci di una nave che mi salutava.

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